Allergie

Urlibacchio von Rabatacchio soleva nutrirsi di patatine in quantità copiosa. Nulla poteva tangergli durante la sua fogace nutrizione, se non l’attenta lettura degli ingredienti dell’ambito alimento. Egli aveva una particolare allergia, e qual dispiacere! se essa avesse osato frapporsi tra il suo palato e il croccante tubero.

Un dì, il Nostro si ritrovò tra le mani delle leccorniose patatine alla cipolla, acquistate a un grazioso mercatino delle pulci. Si appropinquò allo studio dell’etichetta… Inutile dire che gli saltò all’occhio la dicitura “L’alimento può contenere tracce di arachidi”.

Vi fu un attimo di sgomento, ma Urlibacchio von Rabatacchio tirò un sospiro di sollievo. Fortunatamente gli arachidi non erano l’oggetto della sua allergia!

Ma il povero Conte (perché sì, egli era il Conte di Rabatacchien di Baviera) non tenne conto di due importanti dettagli: la sua dislessia per prima, e il fatto che il sopra citato mercatino delle pulci fosse un mercatino di pulci parassitarie.

“Ohibò, son caduto in fallo!” esclamò il nostro povero protagonista dopo un singolo, scricchiolante morso.
“La dicitura recitava ‘L’alimento può contenere tracce di ARACNIDI’! La mia temuta allergia ai ragni non mi lascerà scamp…”
Ma prima di terminare la sua acuta osservazione, Urlibacchio von Rabatacchio stramazzò al suolo.

Mentre pronunziava la sua sentenza, le flatulenze del proprio corpo crearono un ambiente ideale alla proliferazione degli antropodi, che si impossessarono in esattamente 9 secondi del suo sistema nervoso. Il Conte, ora, era un assembramento di zampette che camminavano nervosamente sotto la sua rosea cute, guidandolo goffamente a destra e manca.

La sua scricchiolante trasformazione, tuttavia, gli giovò alquanto. L’incessante camminare dall’alba al tramonto, grazie a spaventosi spasmi e innaturali contrazioni muscolari, gli donò un fisico atletico e slanciato, oltre che a un portamento regale e indubbiamente affascinante.
In poco tempo Urlibacchio divenne un uomo desiderato da tutte le fanciulle e da tutti i fanciulli di blatta.

Sì cari lettori, le blatte erano fuggite dal mercato delle pulci, e dopo una sanguinosa rivoluzione riuscirono a decapitare il malvagio Duca di von Fluffenstanberg, procedendo alla conquista del mondo e alla violenta schiavizzazione del genere umano.

Ad ogni modo, in poco tempo Urlibacchio divenne un uomo desiderato da tutte le fanciulle e da tutti i fanciulli di blatta che, ritenendolo uno spuntino assai coccante e appetitoso, procedettero nel divorarlo con travolgente voracità e spietatezza, senza badare alle pietose strida degli aracnidi che, appellandosi agli ultimi affanati respiri, giurarono vendetta.

Ma a quest’ultima parte, cari lettori, dedicheremo le nostre attenzioni in un tempo futuro.
Un tempo di rappresaglia.
Un tempo di redenzione.
Un tempo di vendetta.

La storiella è finita.
Vattene via di qui.

I commensali

“Qualcuno vuole le ultime due patate?”

Nel piatto che avevo in mano, sollevato a pochi centimetri dalla tavola, rimanevano le ultime tre patate.
Avevo imparato a essere cortese sin da piccolo, ma in quel momento la mia era la richiesta meno sincera del mondo.

I commensali mi guardarono.
Un attimo di esitazione, una lotta silenziosa tra la golosità e la sensazione tangibile dello stomaco arrivato al limite .
Ma il brusio ripartì, e tra qualche distratto “no no, mangia” potei finalmente avvicinare il piatto al mio.

Odore di patate al forno.
Le porcellane che cozzano.
Fame.

“GNE IO VOGLIOEEH”
Giacrazio, quel lurido, obeso e brufoloso cugino che ho sempre odiato, si protese verso di me inglobando nel suo adipe tutto ciò che incontrava.

Il ciccione tese le sue grasse dita unticce verso il piatto, in attesa che glielo allungassi.
Invece lo guardai dritto negli occhi.

No, maledetto grassone.
Non puoi avere le ultime tre patate.

Ti approfitti della mia gentilezza e ti cibi alla mia tavola, e ti aspetti che ti passi le ultime tre patate?

Respiri affannosamente, mentre dilati le narici grugnendo spasmodicamente, e ti aspetti che ti passi le ultime tre patate?

Spalanchi la bocca urlando dalla fame, mentre il resto dei parenti cerca pateticamente di sfuggire al tuo delirio famelico, e ti aspetti che ti passi le ultime tre patate?

E non me ne frega niente se i commensali si perdono in un tumulto di sangue e urla aggiaccianti, dopo che sei tentacoli escono dalla tua gola, sgozzano il nonno, e si avventando sui miei bulbi oculari.

Non avrai mai le ultime tre patate.

Fossero l’ultima cosa che mangio.

La storiella è finita.
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Carote

Sono passati 12 giorni, 4 ore e 22 minuti.
Frenk sta ancora guardano l’incredibile finestra ottocentesca del suo salotto.
Nonostante sia proprio una bella finestra (questo è un fatto innegabile), Frenk sente che manca qualcosa.

Dannazione. Osservare la finestra (davvero bella, tengo a ripeterlo) non basta più. La noia lo sta assalendo di nuovo. Il panico. Pensa Frenk, pensa. Serve uno stimolo al di là della vista, magari…

Giusto! Il frigo!
Frenk, occhi sbarrati, flette i muscoli e si precipita verso lo sportello, come se la sua vita dipendesse da quel gesto.

In un impeto di adrenalina, strappa la maniglia scaraventandola fuori dalla finestra (peccato, era una bellissima finestra), e i suoi occhi si posano all’interno del rinfrescante marchingegno.

Frenk osserva la pancia dell’elettrodomestico. Un patetico spettacolo di empietà illuminato da una deprimente lampadina al neon. Gli sfarfallii danno una parvenza di vita all’unico, miserabile colore presente: il bianco degli scaffali.

“Ci sono” dice Frenk con risolutezza.
“Quel che ci vuole è riempire questa sconfortante vacuità con la vita.
Con la gioia.
Col colore.
Moltissimo colore.”
Frenk afferra le chiavi e una banconota da 7€, librandosi dalla bellissima finestra precedentemente sfasciata.
Per la prima volta in 12 giorni, 4 ore e 23 minuti, Frenk va a comprare le carote.

Sono passati 12 giorni, 4 ore e 28 minuti e Frank è nello stretto corridoio del supermercato.
Alla sua sinistra il banco frigo si perde all’orizzonte.
Alla sua destra, poco più avanti, una cassa da 4kg dell’agognato ortaggio.
In mezzo, un enorme signore alto un metro e novanta dalla forma perfettamente sferica. Sta osservando gli jogurt, immobile.

Frenk attende pazientemente, osservando l’arancione delizia a cui è tanto vicino quanto lontano, ma il suo flusso di pensieri viene interrotto da una voce.

Il signore sferico esordisce con “Scusi giovinotto, lei che è giovane e ha le braccia, mi passerebbe lo jogurt alla scolopendra?”.
Frenk suda freddo. Come fa a sapere che ho le braccia? Mi ha sicuramente osservato quando ho rotto la finestra. Devo stare calmo. Ho una sola possibilità.
“Con piacere. E lei che ha la faccia, mi passerebbe le carote?”

C’è uno stallo. Frank accenna a un sospiro, ma in quel momento il signore si libera dalla sua forma sferica, rivelandosi per la sua vera essenza. Un blob che lentamente avviluppa ogni comparto del supermercato. Il latte. Lo jogurt alla scolopendra.
Le carote.
Frenk aveva torto, aveva torto sin dall’inizio. Il signore sferico non aveva una faccia. Passagli le carote avrebbe significato un paradosso tale da sgretolare ogni paradigma di spazio tempo einsteiniano.
Ma il signore sferico, nella sua immensa gentilezza, non lo sapeva.

Sono passati 361 giorni, 7 ore e 63 minuti, e Frank sta cercando il suo allegro color arancione nell’impenetrabile buio dell’universo primordiale.
Un oblio che odora di orto.

La storiella è finita.
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Casablanca

INT. GIORNO – CASA DELLE BAMBOLE DI LEGO

Tiffany si avvicina alla tazzina sopra il tavolo in maniera sospetta.
Dopo un istante emette un gemito di allarme.

TIFFANY
Orco can, non è una tazzina, è un serpente!

Super Mario si acciglia, e tira fuori un Uzi

SUPER MARIO
Fatti da parte, principessa

Super Mario spara all’impazzata, polverizzando il tavolino e facendo saltare il cervello a Luigi, che stava tociando i biscotti in una tazzina vera.
Il serpente-tazzina fugge saltando dalla finestra, lanciando una granata all’interno della sala poco prima di superare la soglia.

TIFFANY
A quanto pare non finisce qui

SUPER MARIO
L’hai detto Tiffany, l’hai detto.

Entrambi esplodono in una fragorosa deflagrazione.

FIN

La storiella è finita.
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Una bella giornata

In una tiepida e soleggiata giornata di Agosto, il signor Sguardaluppi si sedette su una panchina.
Il sole gli accarezzava le rughe, e la leggera brezza faceva volare via i suoi capelli argentei.

Placidamente, si mise a leggere il suo quotidiano. Senza staccare gli occhi dalle parole, estrasse la sua pipa di stoffa rossa e boccheggiò lentamente, godendosi le acrobatiche danze del fumo nel pulviscolo estivo.

La voluttuosa nube grigia si librò in aria, avvolgendo l’asfalto, le foglie e la vernice violacea della panchina.

Già, la povera panchina. La panchina non era tabagista, non lo era mai stata. Ne era sempre andata fiera, ma ora era lì: impotente, soffocata dal pungente odore del tabacco, che oscurava il sole spegnendolo per sempre.

La spalla del signor Sguardaluppi venne accarezzata dal metallo, e con un filo di voce, la panchina sussurrò: “Il cestino non è pronto”.

Il signor Sguardaluppi, che aveva quattro orecchie e capì immediatamente l’antifona, si scusò sbriciolando la pipa con gli incisivi.

Si alzò, e guardando la panchina disse solennemente:
“Sessantadue minuti”.

Poi si trasformò in uno scarabeo stercorario, scomparendo nelle viscere della terra in un vortice ellissoidale, sradicando l’ancestrale albero di carciofi.

Per la prima volta nella sua vita, la signora panchina capì il valore dell’amicizia.

Per la prima volta nella sua vita un sottile sorriso le increspò lo schienale.

Per la prima volta nella sua vita un enorme scorfano alieno la fagocitò.

Era proprio una bella giornata.

La storiella è finita.
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